Histoire d’A

 

                               La storia sociale dell’arte afferma semplicemente che le forme
                               artistiche non sono soltanto forme di esperienza condizionate
                               otticamente o acusticamente, ma sono in pari tempo le forme di
                               espressione di una concezione del mondo socialmente
                               condizionata.
                                                                 Arnold Hauser, Filosofia della Storia dell'Arte !

L’espressione intellettuale dell’artista, nel momento in cui attraverso l’arte afferma
contenuti, è di per sé strettamente connessa alla condizione culturale più ampia che la accoglie. L’acquisizione di una struttura contenutistica propria dell’arte si compone infatti partendo dalla singola formazione personale, legata alla storia individuale e allo specifico vissuto, per aprirsi poi alla dimensione esterna che la coinvolge e la investe, come accade spesso in determinati contesti politici o sociali, e questo confronto costante, tra le ragioni interne e l’esterno, descrive l’indirizzo complessivo, la suggestione ideologica, da cui emergerà la visione soggettiva dell’artista che ne diventa interprete.
La narrazione esterna nel momento in cui incontra quella interiore diventa dialogo,
dialettica di un vissuto, condizione di un pensiero costantemente in divenire, approdo fisico delle idee che per mezzo dell’arte congiungono la vocalità del tempo (sia storico che personale) alla sonorità dell’artista che ne diventa espressione privilegiata. La concezione dell’arte di Alberto Gallingani è in questo senso indicativa, essa unisce il senso della storia con l’attitudine personale a interpretarla, l’esternazione sperimentale dell’arte con la coerenza espressiva come costante stilistica, l’equilibrio formale comesostenitore del tumulto ideologico.
Il percorso artistico di Alberto Gallingani, che dai primi anni sessanta giunge fino a oggi nella organicità dell’evoluzione del suo stile (di cui in questo catalogo presenteremo solo l’ultimo ciclo di opere), è a testimonianza di questa coesione che unisce in costante confronto la materia storica con la materia soggettiva, per mezzo di corrispondenze contenutistiche ed estetiche.
Negli anni sessanta il giovane artista condivide infatti gli intenti già precedentemente espressi dall’Astrattismo classico (movimento formatosi ad opera degli astrattisti fiorentini, con cui Alberto Gallingani stringe sodalizio di sincera amicizia e affinità elettiva in particolare con Vinicio Berti), in cui si afferma che l’arte è presa di coscienza della realtà, in modo attivo e costruttivo, l’artista interviene quindi nella realtà perché assume consapevolezza del suo ruolo, prende dunque coscienza del proprio tempo per tanto l’arte diventa espressione morale e politica, intesa come costante partecipazione al divenire storico.

Alberto pur condividendo con Vinicio Berti gli esiti teorici e formali dell’Astrattismo
classico ha però sempre perseguito una sua personale concezione stilistica
contraddistinta dalla individuale autonomia e peculiarità della sua ricerca.
Seguirà un secondo importante momento in cui si sottolineerà ulteriormente l’esigenza di un’arte nuova che guarda sempre al tempo storico e alla società come referente principale, siamo infatti nel 1969 quando Alberto redige il Manifesto della Pittura di Nuova Realtà, in cui si sofferma in particolare sul concetto del rinnovamento dell’arte generataora da una “ansia di verità”, da una necessità di evidenziare l’importanza dei contenuti e della storia per mezzo dell’arte intesa come nuova condizione morale, in grado di intervenire in maniera sostanziale nella realtà.
Nel 1971 Alberto Gallingani è tra i fondatori dello Studio d’Arte “Il Moro”, esperienza
importante nella realtà artistica fiorentina, luogo di aggregazione e di dibattito oltre che di ricerca, e firma con loro il Manifesto della Morfologia Costruttiva. Anche in questo caso si sottolinea la necessità di interagire con la realtà storica, attraverso il superamento della tematica figurativa e il recupero del momento emozionale dell’immagine. Si evidenzia ancora il concetto di arte come luogo ideale di impegno e di partecipazione, come spazio fenomenico, “dove (così come riporta il Manifesto) lo spazio si apre come fenomeno, all’incidenza del tempo, si origina con il tempo”, l’artista intuisce l’entità di questa conoscenza e la rende tangibile con opere che si sviluppano seguendo le coordinate di “tempo, spazio e percezione”. Concetto, quest’ultimo, che indirizzerà poi successivamente Alberto all’utilizzo di più linguaggi nell’espressione della sua arte, strutturati dal tempo come dallo spazio e dalla percezione. Egli infatti utilizzerà, oltre alla pittura, la fotografia, la performance, e infine il video. Il concetto di tempo inoltre sarà fondamentale per l’ulteriore evoluzione della sua espressione artistica, in particolare quando nel 2003 Alberto fonda con altri artisti il gruppo ZEROTRE Movimento per l’Arte Effimera,

reintroducendo il concetto di durata nell’opera d’arte e privilegiando in questo
modo l’azione creatrice del fare.

 

Il rapporto così fortemente saldo tra politica e arte, che abbiamo conosciuto dalle parole stesse dei manifesti precedentemente esaminati, si evolve (come testimonia l’ultimo ciclo di opere presenti in catalogo, la cui sigla iniziale è: “AGN”) mantenendo però fede al compito dell’artista di osservare la realtà per divenirne interprete, anche se in modo differente rispetto alla precedente veemenza ideologica propria degli anni sessantasettanta.
La contemporaneità ha infatti mitigato la tematica dualistica tra artista e la sua
condizione avversa, intesa quest’ultima in senso strettamente politico, per trasformarsi oggi in una considerazione più ampia e socialmente più varia, meno settorializzata, meno individuata politicamente e aperta a una riflessione sulla società, in riferimento alla sua complessiva espressione estetica e contenutista.
La quotidianità stessa, con il peso delle sue odierne contraddizioni (concetto ben reso, negli ultimi quadri di Alberto Gallingani, con l’uso di fogli di quotidiani come base della pittura) diventa il principale referente dell’artista o meglio la contemporanea antagonista verso cui levare la propria voce per destabilizzare le coscienze assuefatte, secondo gli intenti che la storia, quella particolare storia dell’astrattismo che come abbiamo visto a Firenze si è ampiamente teorizzata, indicava come compito privilegiato dell’arte.
Gli ultimi quadri di Alberto sottolineano bene questa eredità storica e teorica che
permane ora in forme diverse, evidenziano dunque l’evoluzione ideologica in riferimento alla società e alla collettività di cui è espressione diretta.


Insieme a questa corrispondenza tra società e arte osserviamo nel ciclo “AGN...” anche una ulteriore evoluzione strettamente connessa al segno, a quel tratto certo e sicuro che contraddistingue da sempre la pittura di Alberto Gallingani e la sua grafica. Il segno, a cui l’artista affida il compito di essere voce irriverente che si alza e si scaglia contro, con la forza della presa di coscienza, nasce nei suoi esordi come sintesi dell’immagine figurativa per diventare subito dopo, nei primi anni sessanta, tratto costitutivo che designa lo spazio definendolo, lo ridiscute per mezzo di zone di luce e penombre prossime al nero, lo struttura e lo determina come luogo d’indagine, spazio dell’accadimento. Poi diventa netto e tagliente, verso la fine anni sessanta inizi anni settanta, pronto a determinare logiche futuribili, macchine dalla valenza grafica che avvertono dell’imminente, che ipotizzano idealmente la scomposizione come urgenza intellettiva e la meccanica ricomposizione come necessità costruttiva. Alberto idealmente trasporta poi con gli happening il tratto fuori dai confini della tela, per diventare gesto che nel movimento ricostruisce le proprie prospettive, per ritornare successivamente a essere parte della superficie dipinta, come nelle opere degli anni ottanta. In questi quadri il segno diventa meno grafico e più pittorico e sembra costruire ponti di colore, come strutture aggettanti, al pari di componenti architettoniche, che indicano un luogo altro, una visione in bilico tra ciò che si mostra e una possibilità altrove, in uno spazio tutto ideale e mentale, così come suggeriscono i triangoli dipinti molte volte, fino agli inizi del
duemila, che indicano una direzione antitetica al luogo dell’osservazione. La
realizzazione delle successive fotografie con inserto pittorico custodisce la libertà del tratto, del segno eversivo, del suo potere conoscitivo quando investe con i colori gli oggetti e la città, ripresi dall’istantanea dello scatto, per destabilizzare gli esiti della visione stessa, travolgerli nella loro apparente vitalità. Nelle recenti opere in stampa laser del 2010 ritornano gli stilemi del segno insieme ai volti di impianto espressionista che travalicano il senso della rappresentazione per diventare punto di osservazione,constatazione racchiusa nell’atto del mostrarsi.

Da questa riflessione che interessa il legame tra l’artista e la società, di cui come
abbiamo visto ne è interprete, e che progredisce attraverso l’evoluzione del segno
pittorico, nasce la teoria estetica-contenutistica delle ultime opere presenti in catalogo e in mostra di Alberto Gallingani, “AGN...” cui segue la specifica per ogni diverso quadro, realizzate dal 2010 a oggi. Opere, queste ultime, da leggersi come sintesi di una approfondita ricerca che si determina lungo un percorso professionale di grande rigore e coerenza, tale che il confronto visivo dei quadri precedenti con i recenti crea già di per sé il filo di una narrazione, la premessa e lo sviluppo di un pensiero costantemente coerente nelle sue diverse sperimentazioni. Per questo la storia artistica di Alberto, da cui il titolo anche del catalogo, è la storia del pensiero che interpreta la vita nel suo scorrere e la dichiara attraverso l’arte, attribuendole l’attitudine a ridestare l’eco sordo del tempo che assopisce volontà.
Le opere dipinte da Alberto racchiudono un lungo percorso di idee e di riflessioni
congiunte da affermazioni per mezzo dell’azione pittorica, che conferisce tutta la dignità all’espressione visiva e rigenera costantemente se stessa seguendo la logica atemporaledelle idee.
Un apparente silenzio domina i quadri della serie “AGN”, ma ben presto osservandoli con più attenzione ci accorgeremo che un prolificare di voci, udite nella discordanza caotica che le accosta le une alle altre, si alza come un sommesso coro che acquista preponderanza alla vista, come un lento avanzare di suoni che indicano tumulti che presto ci domineranno. Questo silenzio interrotto nasce dall’osservazione della base del dipinto della tela stessa. Le opere della serie“AGN” investono infatti di suoni sordi lo spettatore che vi si immerge nella osservazione; i quotidiani, disposti l’uno accanto all’altro sulla superficie di fondo della tela, avvertono costantemente lo sguardo astante, lo investono con moltitudini di parole simili ad allarmi, come urgenze che invocano la vista. Questo esercito di suoni descrive al meglio la disarmonia come nuovo equilibrio della contemporaneità, in riferimento proprio al concetto di caos originario che secondo le cosmologie greche era l’insieme degli elementi materiali senza ordine che persiste nell’universo ordinato. In questo disordine che giornalmente ci investe Alberto, recuperando la connotazione attiva dell’arte di cui abbiamo trattato all’inizio del testo, impone il colore ma anche il segno che ritorna ora di nuovo a definire bene l’indicazione di una possibilità altra, in relazione a quanto abbiamo visto nell’indagine dei lavori precedenti. Colore e segno indicano il dialogo dell’artista con la realtà storico sociale che lo circonda, rappresentata dalle pagine dei quotidiani in relazione alla pittura, al pari del dialogo che intercorreva tra i coreuti e l’interlocutore nelle rappresentazione delle antiche tragedie del teatro greco.
All’artista il compito non solo di dialogare ma di trovare alternative possibili, vie di uscita rispetto a una condizione di base, come quella rappresentata dai quotidiani, che disumanizza, che altera l’equilibrio fragile del tempo. Il gesto, attraverso il tratto e le macchie di colore, auspica un desiderio di incontro, di ripristino degli elementi primi, del dialogo in forma di condivisione contro la minaccia latente delle voci che prendono
corpo. L’artista dipinge a tal scopo sulla tela ampi segni che accolgono elementi
direzionali a indicare vie di fuga, che si alternano tra definizioni in riferimento sia alla
presa di coscienza di sé e del proprio stato (come nel caso in cui leggiamo: il dolore ci rende forti; per essere liberi; essere; libera terra; ciel noir...), sia in relazione a indicazioni che localizzano il luogo di una possibilità altra, intesa come via d’uscita (in particolare con l’utilizzo delle parole parole: exit; zona 13; zona 18; zona 16...).
Le sculture, inoltre, appartenenti a questa stessa serie di opere, uniscono gli stilemi
pittorici caratterizzanti i quadri in forma tridimensionale, come se fossero elementi estratti dalla pittura stessa. Ritorna la velocità e l’audacia del gesto, sotto forma di linee che si aprono nello spazio in questo modo definendolo, l’indicazione verbale e segnica appare ora nella sua corporeità oggettiva per opporsi alla consistenza aerea e sonora che si eleva dai quotidiani. Una affermazione, quella che Alberto esprime con la sua arte, che è costantemente fiera del suo dire, forte di una logica in grado di contrastare ragioni che diventano collettive, indirizzate da una quotidianità che ci coinvolge prima che la nostra coscienza possa ridestarsi. Per questo la sua arte coincide sempre con il tempo presente, dimostrandosi perennemente attuale a se stessa, e per questo stesso motivo il testo da lui scritto nel 1969 nel Primo Manifesto della Pittura di Nuova Realtà appare di
straordinaria contemporaneità. “La pittura (...) è la conseguenza logica di questa nuova situazione morale i cui contenuti dovranno essere urlati, sbandierati e dipinti su tutti imarciapiedi del mondo.”

                                                                                                                          Sonia Zampini